Idea

Parlava di antipensiero.
 Sdraiato sul divano a sorseggiare gazzosa in un bicchiere di birra. La cosa sarebbe stata presa di mira da chiunque l’avesse visto, pensò. Indossava ancora i mocassini grigi, la camicia color senape a mezze maniche e i pantaloncini corti. Il suo discorso prendeva origine da un video di Montemagno che aveva visto su YouTube. 
 “Bloccare degli spazi di pensiero nella giornata”
 In pratica, per ragionare su qualcosa, serve tempo.  Un tempo per svolgere un unico importantissimo lavoro: il pensiero. Nella maggior parte dei casi questo tempo, se ben impiegato, dà i suoi frutti in forma d’inchiostro su carta. Spesso è soltanto un pugno di parole, o di lettere.
 “Alla fine, se ci pensate, è una roba assurda che il momento del pensiero sia limitato, confinato, a quando magari vai lì, che ti vai a far la pisciatina, o vai a mangiare e allora stai camminando e ragioni un secondino…”, afferma Montemagno nel video.
 Sul divano, al centro del salotto, il mio ospite guardava in alto facendo ruoteare la gozzasa nel bicchiere come fosse brandy. Diceva di essere d’accordo, ma che c’era anche dell’altro. “Programmare dei momenti di pensiero è essenziale! È quello che facciamo ogni volta che serve la soluzione ad un problema. Ma credo sia altrettanto importante programmare dei momenti di non-pensiero. È quando non si pensa che si aprono le porte dell’acquisizione, della ricezione. Il pensiero produce qualcosa che, in qualche modo, è già dentro di noi. Mentre il non-pensiero accoglie nuove informazioni che nascono dall’esterno, dal contatto tra il nostro corpo e l’ambiente. Il pensiero produce e manda fuori, il non pensiero riceve ed apprende.”
 Mi venne in mente quando da piccolo tornavo dalle vacanze e Roma mi sembrava una città di folli: esseri umani come treni che deragliano, fino alla morte, senza tempo per respirare. Nel frattempo mi sono messo in fila, ho preso il biglietto di sola andata e via nella mischia. Una parte di me lo giudicava per quel suo modo naif di temporeggiare con la vita, come se quella gazzosa fosse davvero la cosa più buona della Terra. Ma il resto di me ormai l’aveva capito: avevo perso la capacità di osservare, di stare, di rallentare. In fondo Giuseppe non sbagliava: finché saremo noi a scegliere, faremo sempre le stesse scelte. Non significa che sia un male, ma a volte potrebbe essere un limite. 
 “L’unico modo di cambiare il risultato è cambiare il processo. Quando si osserva, si apprende, quando c’è apprendimento, c’è crescita. Ecco cosa manca: l’antipensiero! Il pensiero è sintesi, il prodotto di una tensione fisica e mentale, atto a ripristinare l’equilibrio della nostra conoscenza interna. L’antipensiero invece è esplorazione, è la scoperta di nuovi … modi di pensare.”
 Posò il bicchiere sul mobile di foglie di banano e si stiracchio come un gatto. Fissò il bicchiere ancora pieno davante a sé e uscì senza aggiungere altro.
 “Cos’hai da bere?”,mi aveva chiesto appena arrivato. 
 “Anzi, non importa, portami la prima cosa che trovi.

Vision

 Ho visto il sole calare su un orizzonte dorato, oltre uno scoglio di lava lucente. Basalto, scuro come la notte in un sogno. Il motore sembrava spento, mentre il traghetto sfiorava le acque scure del Mediterraneo, nel silenzio di tutti i passeggeri. Dal lato opposto Santorini, spezzata al centro, precipitava nell’acqua.
 Sulla cima minuscole case squadrate, con finestre rettangolari, brillavano agli ultimi raggi di sole e le pale dei mulini, sulla cresta del centro abitato, restavano immobili, nel bianco candore di un riflesso senza rumori.
 “Qual è la verità importante su cui pochissime persone sono d’accordo con te?” - Peter Thiel, in un bestseller di fama internazionale, “Da zero a uno”. Pagina nove della versione italiana.
 È una domanda interessante, che porta a scoprire valore nel mondo. 
 All’origine si tratta di una piccola pepita d’oro: ogni idea è così.
 Trovare una risposta buona è come trovare un giacimento.
 Perseguire nell’intuizione è tutto il resto del lavoro.
 Da zero a uno è la creazione: dal nulla a qualcosa di concreto. 
 Mentre tutto il resto è accumulare qualcosa che già c’è: due, tre, mille, non sono altro che insiemi più grandi di uno. 
 Ma passare da zero a un’idea… questa è creazione, Mr. Thiel! 
 Un vino si abbina ad un piatto per contrasto, o contrapposizione. È la regola: il principio è creare un nuovo gusto, preparare il palato ad un nuovo boccone. L’idea è fornire al piatto ciò che manca per raggiungere l’equilibrio, un reset per ricominciare. Ma non basta, è un po’ più complicato di così. Un dessert va abbinato per concordanza, in questo caso funziona l’armonia: piatto dolce, vino dolce. E chi a Natale beve brut col panettone? Beh, conta anche questo.
 Il fatto è che la verità, spesso, non coincide con la regola. Perché, il più delle volte, semplicemente dipende.
 È impossibile con il vino. Non è pensabile con l’amore.
 Algoritmi segreti, swipe right, booster, crediti, interessi comuni…
 Il chiassoso mondo delle app ridicolizza e non riflette. Uno, due, tre, mille.
 Ero al piano inferiore quando sentii mia madre chiamarmi. Salii e non riuscii a credere ai miei occhi. Il traghetto si era fermato in un’oasi di quiete e deferenza. In mezzo al mare, l’odore di sale e il verso dei gabbiani. Santorini era nel sole calante: briciole di case su un’immensa scogliera nera a picco sul mare. 
 Questo è amore.
 Non amo qualcuno perché è come me. E non lo amo perché è diverso da me.
 Santorini in un poster, o in una foto tra le ricerche Google, non è la risposta che cerca la gente.
 Quando amo qualcuno è per una serie incalcolabile di fatti.
 L’amore è creazione, è l’uno dopo lo zero.
 “L’amore è l’arma più potente della Terra.”
 E non c’è algoritmo che lo possa spiegare.
 Questa è la mia risposta, Mr. Thiel. 

Business plan

Qui il lavoro da fare è molto di più”.
 A quel punto capii che avrei dovuto lottare per non farmi fregare.
 Il citofono, quella mattina, emise il suo stridulo strillo alle 8.00, erano gli operai venuti ad installare i contatori dell’acqua. Li aspettavamo alle 9.00, io e Marina, cosa che ovviamente ci colse impreparati. Aprii il portone e andai in boxer e canottiera alla porta di casa, avevo il tempo di due piani di scale per ordinare le idee. L’unica cosa che riuscii a pensare fu che avrei dovuto cambiare lo squillo del citofono con qualcosa di meno cigolante ed aspro. Così era un chicco d’uva acerbo nel cervello.
 “Mi dicono che è psicologo, è raro vedere uno psicologo che tiene al fisico!”.
 Mi limitai alle buone maniere, “buongiorno, scusate.. vi aspettavo alle nove.”
 Mi spiegarono che alle 9.00 avrebbero tolto l’acqua, ma i lavori li avrebbero iniziati ora.
 Mostrai il bagno dove andava installato il contatore, andai in camera dove Marina ancora si stiracchiava nel letto, indossai un paio di calzoncini corti e “tranquilla, fai con calma”.
 Quando tornai da loro vidi il capo con un trapano elettrico tra le braccia, pronto a demolire la parete della doccia.
 Era Marco, il principale, titolare di una grossa ditta di ristrutturazioni. Qualcuno ricorda “Chi ha incastrato Roger Rabbit”? E le faine della squadra speciale del Giudice Morton, lo spietato e misterioso personaggio del film? Ecco, Marco era il capo delle faine: scanzonato, tentatore, subdolo.
 Paolo era il socio in seconda, alto, pelato, grandi occhi da rospo, un tipo tranquillo tutto sommato.
 E infine c’era Eugenio, l’operaio nato in Siberia e cresciuto in un parcheggio all’aperto in Moldavia.
 Il tempo di tornare in camera, vestirmi un minimo decente, e il prezzo dei lavori era salito di quasi il doppio.
 Secondo Marco, infatti, la panchina in muratura nella doccia doveva essere totalmente abbattuta, il contatore doveva essere messo fuori casa, sul balcone, e i tubi sarebbero dovuti passare attraverso la parete. Era il caso più difficile: secondo un’abile analogia di Marco, si trattava di un paziente molto raro, che invece dell’impegno canonico avrebbe richiesto molto più lavoro e quindi anche molti più soldi. Giustificò il costo maggiorato portando come prova la ricollocazione delle mattonelle nella doccia.
 “Quanto ti prendi per questa cosa?”. Era la domanda di Marco ad Eugenio, l’operaio moldavo che evidentemente si sarebbe dovuto occupare della mano d’opera. Eugenio, molto semplicemente, strabuzzò gli occhi e non proferì parola.
 Era chiaro che Marco non ricordava il preventivo fattomi il mese precedente durante il sopralluogo.
 “Non si preoccupi, in qualche modo faremo”, aveva detto.
 Ed ecco come: a questo punto batteva cassa, per una cifra totale di 750 euro.
 Duecento euro oltre il massimo dichiarato durante il sopralluogo.
 Preso decisamente alla sprovvista, chiarii fin da subito che non volevo spendere cifre eccessive per fare lavori superflui: ciò che mi interessava era un lavoro pulito e semplice, nient’altro.
 “La cosa più risparmiosa!”
 Già, non è italiano, me lo ricorda anche la linea rossa a zig zag di word, ora che sto scrivendo.
 Ma mi ero svegliato da appena 5 minuti e uno pseudo-estraneo minacciava con la punta d’acciaio di un trapano elettrico la panchina della mia doccia, chiedendomi in cambio 750 euro.
 “Economica! La cosa più economica.” Molto meglio.
 La giornata andò avanti tra miliardi di miliardi di minuscoli granelli di polvere e un fracasso da cantiere.
 Nel pomeriggio rimasi solo con Eugenio, tagliava le mattonelle nella doccia e la inseriva con magistrale precisione sul cemento appena lanciato nella parete. Diceva di conoscere un trucco per bere e, attenzione, non un trucco per bere senza star male, un trucco per bere, punto. Nel senso: riuscire ad ingurgitare più alcol possibile senza mostrare il minimo disgusto sul volto.
 E proprio qui, sul più bello, di nuovo l’acre e stridulo citofono squillò. Salì Marco che, tra barzellette ed altre chiacchiere, andava giustamente cercando denaro.
 Gli rammentai della somma precedentemente concordata e così la cifra di 750 euro mitigò verso acque più serene. Non credo si trattasse di timore verso la mia forma fisica, sebbene fosse per me fin troppo al centro della loro attenzione. Del resto erano in tre e inoltre, sebbene Marco fosse più basso di me, gli altri due erano ben piazzati. Piuttosto credo si trattasse di una trattativa al rialzo: se la cifra stellare viene accettata, allora tanto di guadagnato; altrimenti si scende fino a prezzi comunque alti, in questo modo il cliente è soddisfatto per lo sconto e l’incasso non è mai meno di quanto previsto.
 550 euro e l’impressione che sarebbe sceso ancora. Magari di altri 50, ma non sono fatto così.
 Era un prezzo ragionevole, del quale tuttavia, ormai, non mi sentivo soddisfatto. Era naturale chiedersi come mai fosse sceso così tanto. Forse la mia lotta era bastata solo in parte, forse alla fine era riuscito nel suo intento.
 Il trucco è buttare fuori l’aria d’un sol colpo, bere d’un fiato il cicchetto e sigillare la bocca, appena l’ultima goccia di vodka ha superato la soglia delle labbra. A questo punto bisogna aspettare qualche secondo, senza respirare. Poi, dal naso, prendere l’aria e farla uscire dalla bocca. Rigorosamente in quest’ordine: dentro dal naso, fuori dalla bocca. Per due o tre volte. 
 E il gioco è fatto.
 Morale: abbonamento chiaro, uguale per tutti.
  
 Sebbene avessi passato il resto della giornata a pulire, quella notte non potei chiudere gli occhi senza vedere polvere ovunque. In queste situazioni la cosa difficile è pulire evitando il più possibile di sporcarsi. 

Pivot

Ascoltare la musica di un amico è come mangiare un cibo fatto in casa. 
 I fiori nel vaso verde accanto alla tv stanno appassendo. Spirali di pistilli versi in una corona di petali bianchi.
 Ho imparato che la cosa importante, ciò che fa davvero la differenza, non è discutere poco, ma la capacità di riparare.
 L’errore nasce dalla paura di perdere l’amore.
 È facile pensare che evitando di discutere non si creino separazioni. 
 Ma la verità è che le separazioni si creano comunque, ma restano invisibili, fino al momento in cui non è più possibile darsi la mano per avvicinarsi di nuovo.
 La nostra sfida è allineare i tempi, restare abbastanza vicini da poterci sfiorare e abbastanza separati da poterci aspettare, senza star male.
 La stanza dove lavoriamo è orientata ad ovest, siamo a giugno, e il pomeriggio si trasforma in una piccola cella di cemento abbracciata al sole.
 L’amore è molte cose.
 Ricordo che la prima volta che pensai ad una startup la immaginai come la capacità di stare in piedi, in equilibrio, su un piccolo bastoncino in verticale. Immaginai che quel bastoncino avesse la facoltà di allungarsi, come il bastone magico di Goku, e che si dovesse continuare a restare in piedi su quel bastoncino fino a raggiungere l’altezza massima necessaria. Un palazzo di cinque piani, o un grattacielo di trenta o quaranta. Poi, una volta lassù, il compito sarebbe stato quello di costruire il palazzo, o il grattacielo, mettendo un mattone dopo l’altro sotto i piedi.
 Ho imparato che la cosa importante, ciò che fa davvero la differenza, non è sbagliare poco, ma la capacità di imparare.
 L’errore nasce dalla paura di dover cambiare bastoncino, quando già si sta a qualche metro da terra.
 Ma non tutti i bastoni magici sono magici allo stesso modo. 
 Ho controllato online: il bastone rosso di Goku si chiama Nyoi e non è mai stato chiarito se avesse o meno un’estensione massima. 
 L’amore è molte cose ed è anche il coraggio di perdere l’equilibrio, continuando a tenersi per mano.
 È inevitabile provare tristezza, ma se il risultato è osservare il mondo da un punto sempre più alto, allora ne vale la pena. 
 Questi momenti sono laghi di calma, illuminati di radiosa felicità e assenza di inutili parole. 
 Il resto non conta.
 Sabato scorso la stanza era un bagno di sole. I fiori si assetavano in un panciuto vaso di terracotta dipinta di verde. Abbiamo discusso. Prima io, poi lei, siamo andati fuori tempo.
 Qualche ora più tardi le nostre mani si sono afferrate di nuovo.
 Quella sera, sotto la doccia, sentii una lontana tristezza. Valerio è un musicista e uno scrittore, abbiamo fatto insieme i primi due anni del liceo e siamo sempre rimasti amici. Sentivo un suo pezzo mentre facevo la doccia, “Behind the line”. Forse il fatto di essere nudi sotto l’acqua che scorre è una specie di richiamo ancestrale, una sorta di risveglio emotivo di qualche memoria embrionale.
 Ero triste e felice allo stesso tempo.
 Stavamo crescendo insieme, io e lei avevamo perso l’equilibrio per ritrovarlo in un punto ancora più alto.
 “E adesso vieni da me e mostrami il tuo nuovo vestito coloratissimo!

Startupper

Sai perché ci piace la ricchezza?”
 Lunedì 17 giugno 2019… è il fischio d’inizio come avevo sentito dire da Federico, non più di una settimana prima. Eravamo seduti su una panchina a piazza Testaccio e gli stavo spiegando ciò che sta per accadere nella mia vita. 
 Tutto quello che c’era sarà congelato, come una specie di effetto speciale nei film di fantascienza.
 Gli raccontai che avrei iniziato a lavorare ad un mio progetto, finalmente una cosa mia, pensata da me: sentivo di aver fatto talmente tanto per gli altri, senza riuscire mai in niente, che avrei fatto bene a sbagliare ancora, ma almeno per un’idea mia!
 Federico è una cara persona, che non riesco a frequentare quanto vorrei, perché in effetti passo da sempre gran parte del mio tempo a lavorare. E così ho deciso, almeno, di provare a spiegargli come mi sentivo, qual era il mio progetto, quali le mie paure e le mie speranze. Mi è sembrato più che comprensivo e mi ha incoraggiato molto. Quando gli ho detto che il lunedì seguente avrei iniziato a lavorare a tempo pieno alla mia idea, con tutto il team, ha guardato dritto davanti a sé e ha detto “è il fischio d’inizio”.
 E così è stato.
 Lunedì, alle 20.00 in punto, ho chiuso il quaderno blu che avevo davanti agli occhi e le ho detto, “mettiti il vestito più corto che hai”.
 Avevo programmato tutto: le chiavi del terrazzo sul tetto del palazzo le avevo chieste a Tony, il nuovo formidabile portiere, avevo fatto la copia e restituito l’originale, il giorno stesso; domenica ero salito da solo, per un sopralluogo, mentre lei non c’era.
 Dal secondo al sesto piano l’ho vista salire le scale, davanti a me, in tutto il suo carnale splendore, nel vestito più corto che aveva.
 Non capiva cosa stessimo facendo e dove stessimo andando, ma si stava divertendo e saliva le scale del palazzo con un Campari Spriz tra le mani e mi teneva il gioco. E quando aprii la porta, Roma ci scivolò sotto gli occhi, a pochi minuti dal tramonto. 
 Tutto era nato proprio così: pochi giorni prima aveva espresso il desiderio di vedere il tramonto insieme, io e lei. Mi sono ricordato, in un farfugliare assillante durante un’assemblea di condomino, di aver sentito qualcosa riguardo il terrazzo sul tetto e che le chiavi le aveva Tony. 
 Gli alberi tra le case, le cupole, le montagne verso i Castelli Romani, l’incredibilmente alta ciminiera ad ovest, proprio dove tramontava il sole, i grattacieli dell’EUR, le insegne accese sui palazzi, infuocate di rosso nel crepuscolo violastro.
 Abbiamo brindato al nostro primo giorno.
 Mi ha chiesto cosa volessi mandare via insieme a quel tramonto. “La preoccupazione e l’insoddisfazione per il lavoro”.
 Nonostante il sole fosse soltanto un spicchio arancione tra una metà nera è una rossa, non riuscivo a guardarlo: la luce era inspiegabilmente troppo forte per i miei occhi.
 “Metti le mano così. Neanche se guardi tra le dita?”. 
 Si era portata la mano davanti agli occhi e sbirciava il sole attraverso una fessura tra le dita.
 Si, così riuscivo a vederlo.
 E in quel momento ci ho creduto veramente che quel tramonto potesse essere la fine di un era, proprio come aveva detto lei.
 “…perché?”, mi aveva risposto parecchio tempo prima quando le avevo chiesto perché ci piace la ricchezza, seduti sul divano di casa.
 “Perché ci permette di rimanere bambini, ecco perché”.