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Sai perché ci piace la ricchezza?”
 Lunedì 17 giugno 2019… è il fischio d’inizio come avevo sentito dire da Federico, non più di una settimana prima. Eravamo seduti su una panchina a piazza Testaccio e gli stavo spiegando ciò che sta per accadere nella mia vita. 
 Tutto quello che c’era sarà congelato, come una specie di effetto speciale nei film di fantascienza.
 Gli raccontai che avrei iniziato a lavorare ad un mio progetto, finalmente una cosa mia, pensata da me: sentivo di aver fatto talmente tanto per gli altri, senza riuscire mai in niente, che avrei fatto bene a sbagliare ancora, ma almeno per un’idea mia!
 Federico è una cara persona, che non riesco a frequentare quanto vorrei, perché in effetti passo da sempre gran parte del mio tempo a lavorare. E così ho deciso, almeno, di provare a spiegargli come mi sentivo, qual era il mio progetto, quali le mie paure e le mie speranze. Mi è sembrato più che comprensivo e mi ha incoraggiato molto. Quando gli ho detto che il lunedì seguente avrei iniziato a lavorare a tempo pieno alla mia idea, con tutto il team, ha guardato dritto davanti a sé e ha detto “è il fischio d’inizio”.
 E così è stato.
 Lunedì, alle 20.00 in punto, ho chiuso il quaderno blu che avevo davanti agli occhi e le ho detto, “mettiti il vestito più corto che hai”.
 Avevo programmato tutto: le chiavi del terrazzo sul tetto del palazzo le avevo chieste a Tony, il nuovo formidabile portiere, avevo fatto la copia e restituito l’originale, il giorno stesso; domenica ero salito da solo, per un sopralluogo, mentre lei non c’era.
 Dal secondo al sesto piano l’ho vista salire le scale, davanti a me, in tutto il suo carnale splendore, nel vestito più corto che aveva.
 Non capiva cosa stessimo facendo e dove stessimo andando, ma si stava divertendo e saliva le scale del palazzo con un Campari Spriz tra le mani e mi teneva il gioco. E quando aprii la porta, Roma ci scivolò sotto gli occhi, a pochi minuti dal tramonto. 
 Tutto era nato proprio così: pochi giorni prima aveva espresso il desiderio di vedere il tramonto insieme, io e lei. Mi sono ricordato, in un farfugliare assillante durante un’assemblea di condomino, di aver sentito qualcosa riguardo il terrazzo sul tetto e che le chiavi le aveva Tony. 
 Gli alberi tra le case, le cupole, le montagne verso i Castelli Romani, l’incredibilmente alta ciminiera ad ovest, proprio dove tramontava il sole, i grattacieli dell’EUR, le insegne accese sui palazzi, infuocate di rosso nel crepuscolo violastro.
 Abbiamo brindato al nostro primo giorno.
 Mi ha chiesto cosa volessi mandare via insieme a quel tramonto. “La preoccupazione e l’insoddisfazione per il lavoro”.
 Nonostante il sole fosse soltanto un spicchio arancione tra una metà nera è una rossa, non riuscivo a guardarlo: la luce era inspiegabilmente troppo forte per i miei occhi.
 “Metti le mano così. Neanche se guardi tra le dita?”. 
 Si era portata la mano davanti agli occhi e sbirciava il sole attraverso una fessura tra le dita.
 Si, così riuscivo a vederlo.
 E in quel momento ci ho creduto veramente che quel tramonto potesse essere la fine di un era, proprio come aveva detto lei.
 “…perché?”, mi aveva risposto parecchio tempo prima quando le avevo chiesto perché ci piace la ricchezza, seduti sul divano di casa.
 “Perché ci permette di rimanere bambini, ecco perché”. 

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